A settant’anni dalla strage di Portella della Ginestra si aprono, almeno parzialmente, gli archivi italiani, inglesi e statunitensi sui sette anni che cambiarono la storia del nostro Paese.
I sette anni “ufficiali” di attività del bandito Giuliano, dal 1943 al 1950, anno della sua morte. Quello che emerge dalla lettura dei documenti resi pubblici e dalla ricerca di altre testimonianze finora inedite, smentisce gran parte delle verità ufficiali. Portella della Ginestra: fu il primo tentativo di colpo di stato della storia della Repubblica italiana.
La strage di Portella della Ginestra, del primo maggio 1947, doveva provocare la reazione del Partito Comunista per innescare un colpo di stato. Mentre si stava ancora scrivendo la Costituzione era già tutto pronto: l’appoggio militare degli Stati Uniti, perfino la benedizione della chiesa, gruppi paramilitari e di terroristi fascisti appoggiati da monarchici e separatisti, l’onnipresente presenza della mafia sia siciliana che italoamericana e perfino un “capo” che lo guidasse. Questo emerge a settant’anni dalla strage da “Il bandito della Guerra fredda”, di Pietro Orsatti. Una ricostruzione basata sulla rilettura di documenti “riscoperti” e in parte inediti, impietosa e a volte “politicamente scorretta”. Un libro “schierato dalla parte di chi ha subito la violenza aggravata dall’inganno”, come scrive l’autore nella nota introduttiva.
Il libro si concentra sulla figura di Salvatore Giuliano, pedina e catalizzatore di un intreccio politico sia nazionale che internazionale, e la inserisce all’interno di uno scenario ben lontano dalla versione ufficiale sia sulla sua vita che sul suo ruolo anche nella strage del primo maggio 1947. Un ragazzo siciliano che uccide un carabiniere nel 1943 per due sacchi di grano destinati alla borsa nera e pochi mesi dopo guida un gruppo armato che assalta armerie e organizza evasioni di massa per poi fuggire prima in Calabria dove entra in contatto con i gruppi fascisti legati al “principe nero” Pignatelli e probabilmente su ordine di questi infiltrarsi a Taranto nei reparti dell’esercito sabaudo sotto comando americano per poi disertare e arruolarsi nelle Marche al gruppo “Ceccacci” della Decima Mas di Juno Valerio Borghese e poi, come raccontano i documenti dei servizi segreti Alleati, a diventare prima comandante della “Brigata Giuliano” (e non “banda” come verrà chiamata in seguito) di fede fascista e alla fine diventare il Colonnello dell’esercito separatista EVIS.
Giuliano mafioso e socio in innumerevoli affari con Cosa nostra a partire dal business dei sequestri. Giuliano che si macchia con i suoi di centinaia di omicidi soprattutto di uomini delle forze dell’ordine e militanti comunisti e dirigenti sindacali.
Giuliano che nell’agosto del 1947 doveva organizzare l’evasione di Valerio Borghese da Procida per consentirgli di guidare il golpe che doveva scattare dopo la strage di Portella. Giuliano che solo sette giorni dopo la strage di Portella della Ginestre si prese una settimana di vacanze sulle montagne che sovrastano Montelepre con Mike Stern (all’epoca ufficiale e membro del controspionaggio statunitense), un’agente svedese legata al movimento sionista e un altro membro dei servizi americani. Morto ammazzato a 27 anni dopo sette anni di violenze e sangue. Dopo che per anni pubblicamente chiedeva ai politici che “rispettassero i patti” dopo essere saliti al potere. I patti stretti per colpire il Pci e il sindacato.
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